Il declino dell’attitudine imprenditoriale

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Negli ultimi anni l’Italia ha dimostrato di saper recuperare credibilità sul piano macroeconomico, in particolare grazie a una gestione più rigorosa e disciplinata della finanza pubblica. Tuttavia, se si sposta l’attenzione oltre il perimetro dei conti pubblici e si osserva il dinamismo reale dell’economia, emergono limiti strutturali evidenti. A differenza di altri Paesi europei che hanno saputo rafforzare la propria capacità di crescita dopo la crisi finanziaria, l’Italia continua a registrare una crescita potenziale inferiore alla media dell’area euro. Questo divario riflette una difficoltà più profonda nel rinnovare il tessuto produttivo e nel sostenere processi di innovazione di lungo periodo.

Nelle economie di mercato più avanzate, l’innovazione e la crescita dell’occupazione passano in misura rilevante attraverso la nascita di nuove imprese. L’ingresso di nuovi operatori sul mercato, unito all’uscita di quelli meno produttivi, consente un continuo riallocamento delle risorse verso attività più efficienti. Questo processo, che si fonda sulla “distruzione creatrice”, è essenziale per l’aumento della produttività e per la capacità del sistema economico di adattarsi ai cambiamenti tecnologici e di domanda. Quando tale meccanismo si indebolisce, come nel caso italiano, anche la crescita complessiva tende a rallentare.

Il calo delle imprese in Italia

Nel contesto italiano, la dinamica imprenditoriale mostra un indebolimento di lungo periodo. Il numero di nuove imprese per abitante si è progressivamente ridotto dagli anni Ottanta a oggi, passando da circa 200–250 nuove imprese ogni 100mila abitanti a poco più di 100 nella seconda metà degli anni Duemila. Parallelamente, il tasso lordo di turnover delle imprese – dato dalla somma dei tassi di natalità e mortalità – risulta non solo inferiore rispetto ai principali benchmark internazionali, ma anche in calo nel tempo. Ciò segnala una minore capacità del sistema produttivo di rinnovarsi e di sostituire rapidamente le imprese meno efficienti, con effetti negativi sulla produttività media.

La differenza con la Francia

Il confronto con la Francia mette in luce come le differenze non riguardino solo il numero delle nuove imprese, ma soprattutto la loro qualità e capacità di crescita. A fronte di un numero di startup innovative relativamente simile, l’ecosistema francese ha dimostrato una maggiore efficacia nel favorire la transizione delle startup verso fasi di sviluppo più avanzate. In Francia si osserva un numero significativamente più elevato di scale-up e di imprese valutate oltre il miliardo di euro, capaci di operare su scala internazionale, quotarsi sui mercati finanziari e generare occupazione qualificata. Questo risultato è il frutto di un approccio sistemico che ha accompagnato la crescita dimensionale delle imprese innovative lungo tutto il loro ciclo di vita.

Un problema di innovazione e ricerca

Uno dei principali fattori di divergenza riguarda la natura dell’innovazione prodotta. In Italia, la maggior parte delle startup innovative opera in settori digitali maturi, come il software e i servizi informatici, adattando modelli di business già esistenti. Al contrario, in Francia è più diffusa la presenza di startup attive nei comparti deep-tech, caratterizzati da un’elevata intensità di ricerca e sviluppo. La scarsa integrazione tra università, centri di ricerca e sistema imprenditoriale italiano limita la capacità di valorizzare i brevetti e i risultati scientifici, riducendo il potenziale di innovazione radicale e di creazione di vantaggi competitivi duraturi.

La diversa attitudine culturale nei confronti del rischio e del fallimento gioca un ruolo determinante. In Francia è stato progressivamente accettato un modello che incentiva la crescita rapida, anche a fronte di un’elevata probabilità di insuccesso iniziale. In Italia, invece, molte startup tendono a rimanere in una dimensione ridotta, spesso per evitare la perdita del controllo o per timore delle conseguenze di un fallimento. Questa scelta limita la capacità di attrarre capitali, di affrontare salti dimensionali significativi e di generare un impatto occupazionale rilevante, soprattutto in termini di lavoro altamente qualificato.

La distanza tra imprese e ricerca

La relazione tra ricerca scientifica e impresa rimane uno dei principali nodi irrisolti. La trasformazione dei risultati della ricerca pubblica in iniziative imprenditoriali incontra ostacoli di natura finanziaria, organizzativa e burocratica. La scarsità di fondi di venture capital specializzati in tecnologie avanzate e la complessità dei processi di spin-off accademico riducono le possibilità di crescita delle startup più innovative. Inoltre, la limitata presenza di grandi imprese tecnologiche in grado di fungere da catalizzatori di ecosistemi innovativi rende più difficile lo sviluppo di filiere ad alto contenuto tecnologico.

Come funzionano le startup in Italia

Il quadro normativo italiano tende a imporre alle startup innovative un livello di formalizzazione precoce, spesso incompatibile con la necessità di sperimentare e crescere rapidamente. Le regole in materia di crisi d’impresa e tutela dei creditori, pur ispirate a esigenze di stabilità, finiscono per scoraggiare l’assunzione di rischio e l’approccio “trial and error” tipico delle economie più dinamiche. Questo assetto spinge molte startup a privilegiare obiettivi di equilibrio economico immediato piuttosto che strategie di crescita, riducendo il loro potenziale competitivo sui mercati globali.

Troppi semi, pochi frutti

Negli ultimi anni le politiche pubbliche a sostegno dell’innovazione si sono moltiplicate, accompagnate da un aumento significativo delle risorse finanziarie disponibili. Tuttavia, la frammentazione degli strumenti, la mancanza di coordinamento e l’assenza di meccanismi di valutazione dell’impatto hanno limitato l’efficacia complessiva degli interventi. Il confronto con il modello francese evidenzia come la concentrazione delle risorse, la stabilità normativa e una chiara selezione delle priorità abbiano favorito risultati più solidi in termini di crescita dimensionale delle imprese, attrazione di capitali e sviluppo di un ecosistema innovativo competitivo a livello internazionale.

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